Ho lavorato al Censis – o meglio: sono cresciuto al Censis – per oltre dieci anni e se mi lasciassi andare all’enfasi, direi che tutto ciò che ho imparato viene da lì. Ma quel che conta non è ciò che ho capito io; conta ciò che il Paese, con il Censis, ha potuto capire di sé stesso.
Questa premessa personale non è la forma elementare di disclosure rispetto a ciò che dirò. È necessaria per un’altra ragione, più sostanziale: la vita esterna di un’istituzione – ciò che produce, i messaggi che lancia, il pensiero che espone – è sempre la proiezione della sua vita interna. È vero che, talvolta, si riesce a costruire un’immagine pubblica diversa dalla realtà che la genera, ma sono bluff destinati, prima o poi, a svelarsi. E anche quando resistono, restano eccezioni, non la regola.
La prima condizione interna del Censis è stata, per me, una libertà di pensiero rara, forse unica, che comunque non ho più visto da nessuna parte. Capire ciò che accade, interpretare il mondo per come si presenta e si manifesta – senza sconti, senza accomodamenti – è il canone di De Rita. Ora che è stato presentato il volume I sette sigilli del canone deritiano (Censis, 2026), posso finalmente usare questa parola (“canone”) che non ho mai osato. Libertà di pensiero, dunque.
Altra osservazione interna e personale: tutto al Censis è meritocratico in una maniera originale e sostanziale. Il pensiero dell’ultimo arrivato, se è più forte e più potente, abbatte ogni gerarchia, inclusa quella dello stesso De Rita, che ha sempre amato la “battaglia culturale”, la sfida nella comprensione delle cose, la vertigine dell’interpretazione. Le riunioni plenarie – numerose, spesso intense – erano un vero confronto tra pari. Ognuno entrava con il proprio armamentario: il fioretto dell’analisi sottile o la spada dell’intuizione netta; l’eccentricità o la prudenza; l’ipotesi ardita o la linea conservativa. Ogni riunione azzerava il punteggio. Si ripartiva da capo. Una nuova partita, una nuova competizione, la stessa ambizione: trovare – e “piazzare” – il concetto giusto, il prodotto interpretativo capace di illuminare un frammento di realtà.
Anche la selezione del personale era coerente con tutto il resto: la massima informalità possibile. Si entrava con contratti brevi, legati a un singolo progetto. Il contenuto prima della contrattualistica. Poi si vedeva. I rapporti si rinnovavano, si stabilizzavano oppure si scioglievano con la stessa naturalezza con cui la neve si scioglie al sole. Se la chimica non fosse scattata, nessuno dei due “contraenti” avrebbe avuto interesse a continuare: un’azienda costruita sulla produzione culturale non può avere altri criteri selettivi, se non quelli dati dal suo contenuto.
Il tipo di laurea era irrilevante. C’è lo statistico, il laureato in teologia, l’economista, perfino il matematico, essendo la domanda vera un’altra: sai capire il mondo? Se sì, fallo con gli strumenti che possiedi. A modo tuo. Usa ciò che ti serve: dalla musica pop a Heidegger, dall’intuizione narrativa alla statistica. Quella pluralità di radici non veniva livellata. Al contrario, alimentava l’albero comune. Ed è per questo che ogni ramo era diverso, ma l’albero del tutto riconoscibile.
Dove l’albero è un “canone”, ma anche un sodalizio: negli anni in cui ero al Censis erano con me: Stefano Ceccanti, Luca Diotallevi, Livio Barnabò, Andrea Crovetto, Andrea Bianchi, Stefano Fantacone, Paolo Bellucci, Gianfranco Cataldi e altri ancora con i quali abbiamo continuato, nei differenti casi, a essere vicini. L’obiettivo di De Rita era quello di formare una classe dirigente. Non so se c’è riuscito con noi, ma questo era l’intento: costruire qualcosa di valore per sé, per il Censis, e insieme per il Paese. I diversi obiettivi, nella sua visione, non sono mai stati distinti.
Status symbol zero, se non quella sensazione, tutta interiore e magari un po’ arrogante, di capire le cose; un’ardita consapevolezza che più alta diventava la sfida interpretativa e più i propri talenti (e il talento dell’insieme, anzitutto) potessero fare la differenza. Una sensazione che al livello individuale si può trovare in tanti ambienti, ma come risultato di un lavoro collettivo è rara.
L’altro fattore interno che poi si riverbera nella produzione culturale esterna è la nozione di tecnico-politico: nel “canone” deritiano essere un “tecnico” cioè avere competenze, anche eccellenti, su una materia specifica non è di per sé la prova di essere classe dirigente: è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Allo stesso modo essere solo “politico”, cioè interpretare il mondo come semplicemente l’oggetto della propria aspirazione al potere (la sua frase, “il potere è un luogo vuoto”, mi risuona molto spesso) è poco interessante, al limite noioso. È la mistura di competenza tecnica e di sensibilità politica che per De Rita fanno una forte classe dirigente. Detto in altre parole: se non capisci il tutto, a che ti serve sapere, anche perfettamente, una sua parte?
E come si arriva a capire il tutto? Come si prova a capire l’Italia? La formula, in apparenza, è semplice: “andare rasoterra e dappertutto”. “Rasoterra” significa sottrarsi alla tentazione della grande retorica, alla postura nobile di chi osserva il mondo dall’alto, come uno spirito elevato che contempla il “formicaio”. Da lì non si comprende nulla. Occorre, invece, farsi “monaco delle cose”: guardarle per ciò che sono, seguire, “annusare”, ciò che si muove, indipendentemente dal fatto che piaccia o meno. Cercare i meccanismi minimi, molecolari, perché è nel basso che i processi prendono forma, è lì che accadono davvero. E poi “dappertutto”. Nelle accademie come nelle parrocchie – memorabile la suora che riuscì a coinvolgerlo in un ciclo di conferenze nelle periferie più remote. Nel Palazzo della politica come nei distretti informali delle imprese familiari. Andare ovunque, senza gerarchie preventive, perché la realtà non si concentra nei luoghi centrali: si dissemina. E si lascia scoprire solo a chi è disposto a cercarla ovunque.
Ecco l’idea profondamente democratica deritiana: la società è più forte della politica e dello Stato. La società ha sempre l’ultima parola; contano i comportamenti, conta quel che davvero la gente fa e non quello che dovrebbe fare, e nemmeno quel che dice di fare. Conta la fisicità dei luoghi, la contiguità, la continuità dei processi. Conta la vita quotidiana, non l’ora X dell’evento. Nessuno più di De Rita crede meno agli “eventi”. La società deritiana macina eventi, leader, parole d’ordine con noncuranza, forse con la saggezza che nessuno studioso (tranne lui) le riconoscerà.
Mentre tutti lusingano la grande impresa, la sua attenzione va alla forza vitale delle piccole aziende familiari; mentre tutti parlano di grandi riforme, il suo pensiero va ai regolamenti che impediscono o facilitano l’agire delle imprese; mentre tutti affannosamente cercano di affermare una retorica nazionale, il suo pensiero va ai “campanili”, all’Italia dei comuni che ne ha costituito la storia. La ritrosia della società italiana a farsi guidare dall’alto è proverbiale nel suo pensiero: l’Italia è cresciuta dove non doveva crescere (nord-est e dorsale adriatica); è cresciuta nei modi con cui non doveva crescere (risparmio e capannoni alla buona, artigianato e un generale confuso e arrembante far da sé); è cresciuta quando non doveva crescere (si esprime al suo meglio durante le “crisi” generali, soprattutto se finanziarie).
Un pensiero (e un’azione) “democristiane”? Se lo sono, oggi verrebbero rivalutate, così come il suo amore per i partiti tradizionali. Una visione conservatrice? Senz’altro, ma nell’accezione di “accompagnare” i processi sociali e culturali “lenti”, senza scatti, senza “giacobinismi”, senza mettersi alla testa di nulla. Una visione popolare? Senza dubbio, perché se dovessimo usare le differenze funzionali del cervello come metafora, diremmo che De Rita crede molto nell’amigdala del popolo (le concezioni più radicate e automatiche, i valori più ancestrali, ciò che rimane sempre sé stesso, gli “invarianti”) che alla corteccia cerebrale, che coinvolge linguaggio, decisione, pianificazione, pensiero astratto.
Ci troviamo davanti a un cattolicesimo liberale che depone le lenti ideologiche davanti al metodo della fenomenologia, la disciplina che descrive con il massimo rigore possibile ciò che appare alla coscienza, cioè i fenomeni così come sono vissuti, per coglierne il contenuto essenziale e il loro senso nell’auto-percezione della società. Un capire le intenzionalità e dare a quelle dei numeri (la celebre dizione “fonte: Censis”), una misura, una metrica. Come la volta che, appena arrivato, da economista con un fresco paper sul “Crowding out degli investimenti privati causato dal finanziamento pubblico” mi mise (con la complicità di Gino Martinoli) a calcolare il “fatturato” della criminalità organizzata. Sapevo come maneggiare flussi finanziari internazionali, ma non qual era il “valore aggiunto” di una rapina o di un furto. Imparai a calcolarlo, m’inventai come calcolarlo, e così ho intuito come il Censis ha imparato e inventato il modo per capire l’Italia: rasoterra e dappertutto.
Economista. Docente all’Università di Firenze. Master in Economia dello Sviluppo, Laurea in Scienze Economiche e Sociali. E’ cresciuto al Censis, responsabile di Sociometrica, è consulente strategico.